venerdì 16 settembre 2011

VENERE LESA LUNA





Sono nato oggi
nel bosco dove la quercia
è caduta
succede senza successione
difficile capire come
ma
quando cade una quercia
per secolare che sia
in un attimo solo
sparisce
resti lì fattosenzesserfatto
il bosco non è più bosco
cambia nome
cambia luogo
né più albergo sicuro
celato
per gazze e merli
né più castello di torri
dimore d'insetti minuti
sfalcia l'erba sotto i piedi
le talpe possono purtroppo vedere.

Sono nato oggi
sette ore e diciassette minuti fa
esattamente
nel non bosco senza quercia
mi manca la benzina e ho paura
non suona più il telefono
lo avrebbe dovuto fare alle 6.20
prima di tutti
ciao amore diceva
amore ciao
a me veniva in mente Dalida
i suoi polsi
non mi faceva ridere
ora che non c'è
né più un ramo per l'altalena
dovrei prendere posto
ridare il bosco
ma il mio amore diceva
"siamo sterili cose
non seminiamo
non raccogliamo".

Anima caos
classici conversazione cuore
dialogo emozioni etimologia
evasione infanzia luogo
memoria nostaglia
ricordi riflettere rumore
silenzio tempo toccare
vaticinio.
Basta così.


Lucio Galluzzi
©2011CCL




giovedì 15 settembre 2011

6,02x10 ELEVATO A 23





Sospeso
stratificato
negli orizzontali
di questo cosmo
assegnato
ci
mento
quando ignoro
l'addentrato rumore
immobile
della nota bassa
impronunciabile
non orchestrale
sottesa
d'armonica ottava
una sola emissione
respiro
del moto
ciclo
orbita pesata
i corpi danzano
intorno
e mai cadono
immutato apparente
il lume
che fotoelettrica
Dio
la meraviglia.

Lucio Galluzzi
©2011CCL

mercoledì 14 settembre 2011

TALLONI



Quei frutti non maturavano mai
nei mattatoi dove ho dimorato
fermi a neppure colore preso
i germogli
era tutta una guerriglia di tendini
tesi
pronti allo strappo
pagare saldare mangiare
mangiare saldare pagare
la fame
a centinaia le tachee aperte.

Quei frutti cadevano acerbi
nei mattatoi dove ho dimorato
a terra s'aprivano arresi
spandevano colonie d'emazie
conquistando segatura
le immaginavo impronte
piedi pressati
su esofagi
dall'alto del gancio al soffitto
altalenavo
nel mio Abu Ghraib
la fame
a migliaia le mani aperte.


Lucio Galluzzi
©2011CCL

martedì 13 settembre 2011

LA POESIA






E' quella cosa chiamata poesia
che tu allora vorresti scriverne?
Della quale.
Di cui.
Esattamente quella identica oggetta
scatolame
reparto drogheria
metterti lì da solo
lacrimare
singhiozzare
nodo alla gola
scorsoio
liscivia alla corda
volendoti poi nel mentre
tu stesso
tanto e tanto bene?
Vorresti davvero fartela
posizionarla
girarla
ad angolo
piantarglielo
spingere
a fondo nel fondo
alla baciata
rotta
endecasillaba cadente
la poesia.

Siccome la sera
ogni sera
tutte le sere
qui dietro nella conigliaia
vicina
inumano strilla di bimbi
sotterra precisi
prima gli strappano labbra
troncano i piedi
dormo attento gli esterni
dai muri mi gronda il sangue
sopra la lavabile
acrilica
Atrofico poi
mi coglie quel Sole
improvviso
m'accende diseducato
esso che non avverte
quand'illumina
lo so
quello è il dolore
lucido incerato
della vita
il mio fucile sempre carico
non sa
perché io non so
in quale bosco
addentrare la caccia
alla felicità.

E' di questa cosa
che vorresti scriverne di poesia
chiamandola?
Tu con il cuore in mano
a piangerlo depresso
lo stesso
tu.

Scolo.
Liquami d'avanzi
al mercato.


Lucio Galluzzi
©2011CCL

domenica 11 settembre 2011

NIRURI




Non si guarda mai abbastanza
l'apparente insignificante
abbandono
che a niente serve
dicono
i tutti
nulla
numerari
plusvalorici
dopo mesi
stando così le cose
che non stanno mai
permanenti stasi
non essendo condizione nostra
tra le fughe strette
angustia d'architetto comunale
esattamente in quelle
il prato sotto
esplode d'ira
dimostra
il facile uscire dallo schema
insegnando saggio
l'occupazione di suolo
senza slogan
determinato
s'allarga
spande braccia
a mani pronte presa
di perenni rampicanti
uniscono
proseguono
ogni volta più forti
ogni volta più folti.

Mi siedo ogni giorno
nello stesso punto
annoto la progressione
sicuro di quell'Opera
in mezzo all'orda
dei senza sensi
so che il mio ottavo
sa
che io so
me ne sto zitto
anche quando
puntuali
tre volte l'anno
per delibera
irrompono gli accalappiaerba
e dopo guerra totale
tutto è maledetto ordine
illusa pulizia.
Ci metterà pochissimo
il prossimo soffione
a mostrare miracolo.

Lucio Galluzzi
©2011CCL

venerdì 9 settembre 2011

RAL 7016

[da leggere sospirata, sincopata, veloce
con questo sonoro http://www.youtube.com/watch?v=oppXT734PaY]





Antracite
lento deflusso
oracoli
d'Elfi
esofageo
attraversamenti
privi d'attenzione
ossiriduzioni
flebili fili d'erba
s'aprono ombrelli
d'enormi meduse
ai cieli
di pioggia ferma
trattenuta
trappola
senso asmatico d'Epicuro
il quarto caduto
Partenone
corride spadate
arena rossa
segatura
grumi
l'orecchio alla dama
stilla l'abito della festa
traspare
la carne
Olè.

Antracite
Londra fumosa
il ponte sopra
un ponte di passaggio
civile alta
melma
fanghilia
in seduta fissa
famiglia
sbatte un passero
metro
politania
al vetro
spegni quella luce
adesso
spiuma piccolo
alba
cinerea
minor alpestris
urbica collurio
senator excubitor
alla campana
urtando vai
finché non muore il porno.
Olé!


Lucio Galluzzi
©2011CCL

martedì 6 settembre 2011

ERA LA MADONNA



Dovevo portare le scarpette immacolate, quelle di marca buona, che fanno camminare bene i bimbi.

Odoravano sempre di bianchetto fresco. Lo ricordo quell'odore: vernice fresca e leggera trielina. Lo ricordo quell'odore. Lo ricordo bene.

Tutto il resto addosso era coordinamento, niente stampe ricami sberleffi non ridevo mai guai alle fotografie perché gliele rovinavo.

Tutte.

Appena capivo ero smorfia niente posa semmai un minuto corpo contratto.

Lì appaio spastico.

Sempre.


Scappavo solitario innamorato catatonico d'ogni elemosinante barbone pifferaio sciancato mutilato, li seguivo andavo dietro per chilometri nella città, sempre poi i carabinieri mettevano fine al viaggio riportavano alla reggia il piccolo principe: tutta una festa per il ritrovato non rapito.

Fino alla successiva ipnosi


Scendevo lo scalone terra battuta rossa che dai ricchi portava all'inferno nel vicolo del non si va mai lì, me lo facevo tutto ed era meraviglia incurante magia di fango fogna a cielo aperto, immergerci le bianchettate, empirico del lurido laggiù alla penultima baracca, prima della curva, verso la seconda discesa al male.

Un vecchio muto ogni mattina suonava un trombone

mi bloccavo lì davanti adorante la coulisse, ad ogni avvicinamento a me scopriva schiuma e bava di sputazza.

Non me ne andavo.

Non potevo

Venivano a prendermi i lacrimanti ed era di nuovo festa.

Per loro.


Smisero gli alleluia

dopo la mia entrata di corsa

dal macellaio

era enorme il quarto di bue

agganciato

fumava

al centro pulsava qualcosa

ritmico

come un cuore

dissi che era la Madonna

nella mia testa

lo dissi anche dopo a voce

ho visto la Madonna.

Lo dico ancora adesso.

Era la Madonna.


Lucio Galluzzi

©2011CCL